Secondo un articolo pubblicato questo mese sulla rivista scientifica “Marine”, da uno studio effettuato a Tenerife, due spigole su tre allevate sulla costa meridionale dell’isola contengono piccoli frammenti di plastica nello stomaco che i pesci hanno assunto, alimentandosi nel mare.

Con questa ricerca si vuole evidenziare lo stato in cui versa il mare inquinato da tutta la plastica che raccoglie con i nostri rifiuti, e non certo il luogo in cui sono state svolte le analisi. Gia’ lo scorso anno era stato effettuato uno studio dagli stessi autori,  che aveva descritto come otto sgombri su dieci pescati nei dintorni di Lanzarote e Gran Canaria si fossero cibati di fibre sintetiche e plastica .

Le microplastiche nello stomaco dei pesci d’allevamento a cui si riferisce l’articolo, sono state esaminate da sette scienziati dell’Istituto di ricerca sull’acquacoltura sostenibile e gli ecosistemi marini dell’Università di Las Palmas de Gran Canaria (ULPGC), dell’Università di Milano Bicocca (Italia) e l’Istituto spagnolo di oceanografia (IEO).

Da giugno 2016 a luglio 2017 si e’ proceduto ad analizzare lo stomaco di una spigola (85) prelevata da due allevamenti di acquacoltura situati in mare, nel sud di Tenerife. In esso si sono trovate 119 particelle di rifiuti provocati dall’incuria dell’uomo, il 97,5% delle quali costituite da frammenti di plastica di misura inferiore ai cinque millimetri, per lo piu’  fibre di cellulosa o cellophane e frammenti di polipropilene (PP) e polietilene (PE), una delle plastiche più comuni e più utilizzate al mondo grazie alla semplicità e al basso costo della sua fabbricazione.

Ma non solo. Nella spigola erano presenti anche polimeri meno comuni come il polynorbornen o la resina fenolica,  per la prima volta emersi nei sistemi digestivi dei pesci, insieme a resti di reti da pesca e pellicole.

I colori di queste particelle (blu nel 26%, giallo nel 24%, nero nel 17% e trasparente nel 14%), la loro morfologia e i tipi di polimeri trovati, in combinazione con l’ubicazione delle gabbie di acquacoltura, hanno fatto intuire ai ricercatori che hanno firmato detto studio, che esista un collegamento con l’inquinamento causato dai centri urbani, dalle attività turistiche e marine e dagli impianti di trattamento delle acque reflue, tra gli altri fattori rilevanti.

I ricercatori allertano sull’urgenza di “prendere coscienza di questo problema e migliorare la regolamentazione e la gestione degli scarichi di acque reflue in mare aperto”.

Questo lavoro è stato svolto dai ricercatori Stefanie Reinold, Alicia Herrera, Ico Martínez e May Gómez, dell’ULPGC; Francesco Saliu e Marina Lasagni, dell’Università degli Studi di Milano, e Carlos Hernández-González, del centro IEO delle Isole Canarie.