Non è vero che siamo diventati tutti più buoni, anche se questo pensavamo potesse accadere dopo una reclusione forzata causata da un nemico invisibile. Tra una torta e l’altra, pane fatto in casa e pizze a go-go, aspettavamo l’ora di affacciarci al balcone per le sette di sera, a Tenerife sempre puntuali e coesi, con timidi sorrisi e nodo alla gola, quasi questo gesto complice, solidale, potesse allontanarci dal pericolo di un contagio, ed estraniarci dal Covid19, entrato prepotente nelle nostre case per cambiarci la vita.

Noi fortunati poi, che non abbiamo vissuto una guerra, che le abbiamo vinte tutte o quasi le nostre battaglie, con lo studio e il lavoro e la famiglia compatta, noi che tra un panino al prosciutto e la merendina firmata siamo cresciuti amati, coccolati e preservati dalla paura, dall’abbandono, dal lutto, tutt’a un tratto ci siam dovuti ricredere, e fare un passo indietro, anzi due. Toccava anche a noi di indossare la divisa del bravo soldato. Tutti al fronte, con la tv nel salotto, le foto su fb, le telefonate lunghe ore e ore. Ma lontani. Chiusi nel nostro bunker per uscire soltanto per procurarci quel cibo che anche qui, favoriti da una sorte beffarda, non ci è mai mancato, o per recarci al lavoro o poco altro.

Languidamente abbiamo supposto di poterci amare di più finita questa emergenza. Guariti i malati negli ospedali, seppelliti quelli che non ce l’avevano fatta. Scampato il pericolo di rimetterci le penne anche noi, come fossimo al fronte, senza uno straccio di un parente a tenerci la mano.

E mentre si imbellivano i balconi con gli striscioni, quelli del CE LA FAREMO, e si sognava di tornare a passeggio, sul mare, in montagna, persino tra la nebbia di una città di provincia, cominciavamo a incolparci l’un l’altro. Perchè succede così in un conflitto. C’e’ il nemico, c’è quello destinato ad essere il custode di tutta la colpa, ci sono le vittime. C’èchi doveva agire in un certo modo e magari non ce l’ha fatta, chi s’è dato alla fuga, chi è restato a contare i corpi, i feriti.

Col Covi19 non siamo stati capaci, neppure in questa occasione, di essere un tutt’uno, una sola trincea davanti al nemico. Di levare il cappello davanti ai medici, agli infermieri, a chi questo virus se l’è trovato davanti per primo senza armi a sufficienza per metterlo immediatamente in ginocchio. Siamo diventati più egoisti, stizzosi, arroganti.

CE LA FAREMO, l’abbiamo scritto, urlato, pensato la notte ad occhi chiusi nel letto. Ma ne siamo usciti imperfetti. Pieni di crepe. Ancora immobili nell’attesa che questo destino si compia, che si ritorni ad essere immuni al dolore, a camminare liberi, ad abbracciarci, ad addobbare tavolate tra amici, a vivere per quel che ci resta senza lotte intestine.

Forse CE LA FAREMO, ma non saremo piu’ noi. E non soltanto perchè ci laveremo un miliardo di volte le mani. O perchè del prossimo avremo un pochino paura, e davanti al contatto umano avremo qualche riserva. CE LA FAREMO perchè il Covid19 “ha da passare”. E  forse, sempre sottolineato, apprezzeremo per qualche tempo la salute che abbiamo, il poco che ci necessita per esser felici, e capiremo che di tanti fronzoli si potrà fare a meno. Ma se questo accidente poteva cambiarci il sorriso, darci l’occasione tanto attesa per non esser avidi, malvagi, e per stringerci la mano in segno di pace, rimane il dubbio che ciò non possa accadere. Noi poveri umani, pieni di invidia, di rancore, di supponenza, leveremo l’ancora quando potremo, verso un mondo diverso. Fatto di insidie che non sapevamo potessero esistere, tra buoni veri e falsi cattivi, tra gente diversa da noi ma poi così uguale. E saremo ancora più soli. Più stretti nel nostro giardino.

Forse STAVAMO PER FARCELA. Ma a fregarci sarà la nostra natura imperfetta.

Danila Rocca